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I Personaggi

Giuseppe Maggiolini

Giuseppe Maggiolini
E' il più illustre figlio di Parabiago: il suo nome compare in tutti i libri di storia dell'arte, grazie a realizzazioni di rara bellezza, che hanno recato lustro oltre confine alla genialità del popolo italiano.
La poliedricità artistica di Giuseppe Maggiolini ha raggiunto vertici che lo hanno consacrato come un insuperabile campione nella lavorazione del legno.
Dimostrò anche spiccate capacità imprenditoriali e si fece apprezzare per la sua dirittura morale.
Praticante cattolico, in virtù degli insegnamenti trasmessigli prima dai genitori e poi dai monaci Cistercensi, si distinse nei comportamenti anche come cristiano.

Nacque il 13 Novembre 1738, da Gilardo Maggiolini e da Caterina Cavalleri entrambi di Parabiago.
Il padre era alle dipendenze del Monastero dei Cistercensi, probabilmente in qualità di guardiaboschi o piuttosto di massaro: in ogni caso persona stimata e retta.
Giuseppe Maggiolini era figlio unico e la sua famiglia lo educò con amore e severità. Alle dipendenze del Convento lavorò la terra e nella falegnameria sotto la guida del responsabile del laboratorio, un certo Calati di Canegrate.

A vent'anni decise di mettersi in proprio ed aprì una bottega, vicino alla chiesa di SS. Gervaso e Protaso. Si sposò giovanissimo con Antonia Vignati, di trent'anni conosciuta nel Convento presso cui lavorava, dalla quale ebbe nel 1758 l'unico figlio chiamato Francesco, che più tardi lo aiuterà nel mandare avanti la bottega.
Sembrava avviato a divenire un onesto artigiano come tanti altri laboriosi compaesani, se non che il destino gli riservò opportunità che gli schiusero le porte del successo.
Un pittore assai conosciuto del tempo, Giuseppe Levati, stava accompagnando il marchese Litta, dal quale era stato incaricato di affrescare la sua grande villa di Lainate, in una visita di cortesia al Convento dei Cistercensi di Parabiago.
Mentre sostavano di fronte alla Chiesa Parrocchiale SS. Gervaso e Protaso videro esposti, nella bottega a fianco della stessa, alcuni mobili realizzati dal Maggiolini che attirarono l'attenzione del pittore.
Fu un incontro provvidenziale per Maggiolini: incantato dalla fattura dei mobili il nobile ordinò, su consiglio di Levati, un canterano per la sua villa.
Da allora Maggiolini divenne un fornitore del nobile Litta ed un protetto del pittore Levati.

Un altro episodio fu determinante per l'affermazione ed il successo di Maggiolini: il matrimonio di Fernando d'Asburgo con Maria Beatrice D'Este. Erano nozze imperiali ed il figlio di Maria Teresa d'Austria sarebbe divenuto il reggente dello stato milanese.
Il palazzo reale doveva essere interamente arredato e Maggiolini divenne un fornitore della casa asburgica. Dovette assumere dei dipendenti, spostò la sua bottega dall'altro lato della piazza, in un ambiente più grande, sotto il Collegio Cavalleri.
Nonostante la celebrità acquisita, Maggiolini rimase sempre legato alla sua città, tant'è che invitò molti decoratori e architetti ad arredare la chiesa parrocchiale, fra i quali spicca il Piermarini, autore del 'Teatro alla Scala' di Milano, che ne progettò la facciata e disegnò la piazza antistante.

Personaggio di rara modestia, non inseguì il facile guadagno nonostante le continue opportunità e ciò gli valse profonda stima tanto negli ambienti di corte quanto nei ceti più umili.
Quando gli Asburgo furono sconfitti dalle armate napoleoniche, Maggiolini conobbe un periodo di declino poiché i dominatori francesi diffusero in Lombardia mode ed abitudini consolidate oltr'Alpe, tra cui mobili dal color rossiccio, impellicciati in mogano e con ornamenti in ottone.
Giuseppe Maggiolini morì a 76 anni, il 16 Novembre 1814: tutta la popolazione di Parabiago, che allora contava circa 3.000 anime, partecipò alle sue esequie tributandogli per l'ultima volta ammirazione e gratitudine.
La bottega passò al figlio, Francesco, che provò, senza riuscirvi, ad emulare le virtù del genitore. L'attività venne successivamente ereditata da un certo Cherubino Mezzanzanica, essendo precocemente morto l'unico figlio di Francesco Maggiolini.

Maggiolini fu un grande intarsiatore ma non intagliò mai il legno: arrivò ad usarne 86 tipi diversi. Preferì di gran lunga i colori naturali e la perfezione degli accostamenti divenne leggendaria. Utilizzò legni delle vicinanze: da Como e dal Lecchese fece arrivare il legno d'acero, di agrifoglio, di bosso, dell'ulivo, del biancospino. Impiegò anche legni orientali, come il mogano e l'ebano, che riceveva dal porto di Genova; tuttavia la sua genialità sapeva esaltare i colori e la consistenza di umili radici e di tutte le piante fruttifere che circondavano i nostri luoghi.
Dai mobili del Maggiolini trapelano odori e colori della Lombardia, meglio dell'alta Lombardia.
Lo stile fu quello tipico del tempo in cui viveva e risentì dell'influenza degli artisti a cui si richiamava per i disegni: da quelli rococò, con inserti orientaleggianti a quelli neoclassici dell' Appiani e del primo ottocento.

Non abbiamo ritratti di Giuseppe Maggiolini, se non le sue generalità desunte da un passaporto rilasciato nel 1802, dalle autorità repubblicane del tempo, quando dovette recarsi a Vercelli da Milano:
'Partendo da Milano, il cittadino Maggiolini Giuseppe intarsiatore, nativo di Parabiago, dipartimento Olona:
anni 60 - occhi castani - statura alta - passo regolare - capelli grigi - bocca mediocre - barba mista - mento proporzionale - fronte alta - viso lungo - ciglia grigie - marche visibili nessuna.
Per trasferirsi a Vercelli, invita tutte le autorità civili e militari della Repubblica a voler ...'.

Giuseppe Giannini

Medico di Parabiago 1774-1818
Giuseppe Giannini merita più considerazione di quanta ne ha suscitata sino ad oggi, poiché la sua opera di medico e di ricercatore può reputarsi degna di un luminare della materia del periodo in cui egli è vissuto.
Scrisse saggi fondamentali di indiscutibile importanza che divennero presto testi di studio nelle università del tempo. 'Della natura delle febbri e del miglior modo di curarle, con alcune deduzioni sulla natura delle convulsioni, sulla estinzione delle febbri contagiose, sull' uso delle immersioni fredde e calde', costituisce il suo capolavoro indiscusso.
Fu pubblicato nel 1805 e destò grande impressione nell'intero mondo scientifico.
Giuseppe Giannini fu autore di studi estremamente innovativi che si ispiravano alle teorie del grande medico belga Edward Jenner; quando quest'ultimo sconfisse il vaiolo, il medico parabiaghese fu tra i primi a gioire e si prodigò, senza risparmio, nel propagandare l'eccezionale scoperta.

Giuseppe Giannini era nato a Parabiago nel 1774 da famiglia di umili origini: il padre lavorava come fattore presso alcune famiglie aristocratiche del luogo.
A causa delle difficoltà economiche familiari, Giuseppe Giannini venne avviato dai genitori al sacerdozio per cui ebbe modo di studiare nei seminari di Arona, di Monza ed in quello Maggiore di Milano.
Aveva quasi concluso gli studi teologici, quando decise di iscriversi alla facoltà di medicina di Pavia, conseguendo a soli ventidue anni la laurea con eccellenti voti.
Giuseppe Giannini lavorò sodo come medico condotto, facendosi apprezzare tanto nella sua città quanto nei centri limitrofi.

Le prime esperienze di medico gli consentirono di scoprire un'innata propensione alla ricerca e allo studio.
Aveva solo ventisei anni quando pubblicò il 'Saggio sulla diagnosi delle malattie nervose e infiammatorie'che gli valse l'accesso al corpo medico della 'Ca' Granda' di Milano.
Seppe comprendere da subito la straordinarietà delle scoperte di Jenner nel campo della vaccinazione antivaiolosa per cui divenne membro della 'Commissione' per l'esperienza della inoculazione jenneriana.
La sua fama crebbe costantemente fino ad essere eletto medico ufficiale della 'Casa Vicereale' di Milano, nel 1810.

Il grande impegno profuso nello studio e nella guarigione delle febbri lo esposero a continui contagi che ne minarono irrimediabilmente lo stato di salute. Rinunciò ai prestigiosi incarichi che si era guadagnato e si spense il 18 dicembre 1818, a soli quarantaquattro anni. Fu sepolto a Milano nel cimitero di Porta Ticinese.
Lasciò incompiuta l'ultima sua opera, 'Elementi di Medicina', che si sarebbe aggiunta ad un altro testo classico, da lui scritto in quattro volumi, fra il 1800 e il 1802: ' Memorie di Medicina'.
Il Comune di Parabiago, in una seduta del Consiglio Comunale del 21 dicembre 1902, gli dedicò una strada e, con il consenso delle autorità municipali milanesi, recuperò la lapide disponendola all'ingresso del cimitero del capoluogo.
Il Giannini non è sicuramente conosciuto come il Maggiolini, a causa della minore 'visibilità' , dei suoi capolavori che tuttavia, a differenza delle opere d'arte del magistrale intarsiatore, hanno avuto notevoli sviluppi grazie alla dedizione di ricercatori delle generazioni successive.

Libero Ferrario

Libero FerrariLibero Ferrario è un mito che vive in mezzo a noi.
Parabiago lo ha sempre amato intitolandogli lo stadio cittadino e l'associazione sportiva che porta il suo nome da decenni con passione è impegnata a diffondere nelle generazioni più giovani il suo esempio di uomo e di atleta.

Nel 1923 Libero Ferrario, ciclista dilettante nato a Parabiago nel 1901, vinse il campionato mondiale di ciclismo per 'amateurs', così - con termine francese - si chiamavano allora i dilettanti di qualsiasi sport.
Lo vinse nella città svizzera di Zurigo, allora invidiabile oasi di serenità rispetto ad un'Italia travagliata ancora dagli effetti post bellici.
Fu il primo italiano a conquistare una maglia iridata. La vinse anche per la gioia dei tanti emigranti italiani, molti dei quali comaschi che, estasiati dalla supremazia sportiva italica, si avvolsero nella bandiera tricolore, rifacendosi delle tante amarezze e sofferenze che il distacco dalla patria, per quanto geograficamente vicina, aveva fatto loro subire.

Il successo personale di Libero Ferrario venne suggellato dall'eccellente risultato della formazione italiana che piazzò tutti i suoi atleti nei primi nove arrivati.
Libero vinse con una bicicletta costruita vicino a casa e allestita dal patron Focesi; si chiamava: 'Gloria' e mai tanto nome fu beneaugurante.
Ottenne in premio una piccola statua raffigurante Guglielmo Tell, mitico eroe della libera Svizzera e simbolo degli antichi valori su cui è fondata la secolare repubblica elvetica.
Libero Ferrario aveva iniziato con una bicicletta messa a disposizione da 'Pinella' Ceriani : si trattava di una 'Excelsior' e con essa ottenne i primi successi.
Entrò nell'Unione Sportiva Legnanese verso il 1920, partecipando come protagonista alla 'Targa Legnano' e alla 'Coppa Bernocchi'.

Chiamato al servizio militare, fu autorizzato a gareggiare in alcune gare riportando vittorie a Barletta, a Trani ed ad Andria. A Bari invece si aggiudicò il campionato militare a squadre.
Vinse la 'Coppa Bernocchi' del 1922 e del 1923, prima di laurearsi campione mondiale.
Nel 1924 Libero Ferrario ottenne la vittoria nella 'Tre Valli Varesine', nella 'Targa Legnano', nella 'XXIII Coppa del Re' e si presentò come favorito alla successiva edizione del campionato mondiale organizzato nella città di Parigi.
A Parigi quell'anno si tennero anche i Giochi Olimpici per cui la prova ciclistica su strada assegnava due titoli.
Libero Ferrario non venne adeguatamente aiutato dalla squadra italiana, ma giunse onorevolmente quarto a otto minuti dal vincitore che, per la gioia degli appassionati francesi, risultò essere uno dei loro beniamini: André Leducq.
Libero Ferrario vinse per l'ultima volta nella 'XXIII Coppa Piemonte'.

Vittima di un malanno trascurato, si ritirò dalle competizioni nonostante la giovane età.
Assalito da febbri e ricoverato sempre più spesso in case di cura dove si cercava di arginare i patimenti provocati dalla malattia, poi rivelatasi incurabile, Libero Ferrario trovò consolazione nello scrivere i propri ricordi all'ombra del Sacro Monte varesino.
Morì nel febbraio del 1930.
Grazie al suo esempio si divulgò, nella città e nei dintorni, la passione per il ciclismo: dagli anni '30 sino agli anni '50 furono organizzate un'infinità di gare con le più disparate motivazioni che andavano dal festeggiamento del patrono sino alla commemorazione dei caduti.
Nel 1973 si celebrò il cinquantenario della vittoria conseguita a Zurigo: eccezionalmente la partenza del Giro di Lombardia ebbe luogo a Parabiago e fu organizzato un maestoso pellegrinaggio al Ghisallo, luogo simbolo del ciclismo per le numerose imprese sportive ivi compiute.
Nel 2001 l'Amministrazione Comunale ha celebrato il centenario della nascita del grande corridore parabiaghese organizzando, con la collaborazione della società ciclistica Libero Ferrario, una serie di manifestazioni che hanno riscosso in città partecipazione e gradimento.

In occasione della 83^ edizione della 'Coppa Bernocchi', corsa internazionale riservata ai professionisti, il tracciato ha previsto un prestigioso traguardo volante a Parabiago.
Il professore Egidio Gianazza, storico cittadino di impareggiabile raffinatezza, ha scritto, ben coadiuvato dall'assessorato allo sport, uno stupendo libro sulla vita di Libero Ferrario la cui presentazione è avvenuta l'8 settembre in una Villa Corvini gremita all'inverosimile.
Leggendolo piace ricordare le parole di un compagno di squadra di Ferrario, Tito Brambilla: ' In i garuni a fa i campiuni' (' Sono i garretti a fare i campioni'). Parole genuine che esaltano la semplicità e la popolarità di uno sport intramontabile per fascino e passione.
Per dovere di cronaca si ricorda che un nipote di Tito Brambilla è diventato campione del mondo in Inghilterra nella gara professionistica, corsa nel 1982: Giuseppe Saronni.